Non cascine ma palazzi nobiliari. Appunti sul centro storico di Riozzo

Allo stato attuale degli studi la prima attestazione del nome Riozzo è del 1347. Il piccolo borgo alle porte di Melegnano era concentrato nelle attuali via IV Novembre e via A. Diaz. Dai documenti studiati emerge che il nucleo abitativo gravitava attorno a due palazzi nobiliari. Il più antico, sito in via Diaz, era prospicente all’oratorio di San Rocco e conosciuto anticamente come “Il castello”; l’altro più recente (raso al suolo lo scorso aprile), un restauro seicentesco, era noto come “Palazzo Visconti Aicardi”.

Il Castello

L’edificio più antico esisteva già nel 1429 quando Giorgio Visconti Aicardi detto Scaramuzza acquistò il feudo di Riozzo da Giovanni Corvini di Arezzo. Il sedime era situato nel luogo di Riozzo ubi dicitur in castro, col fossato che lo circondava, il rastellum ovvero una palizzata, e all’ingresso una grande torre a tre piani con sovrapposto un torrino. L’edificio è ricordato ancora nel 1517 in occasione dell’eredità di Matteo e Lucia de Marliano, spettante ai tre fratelli Gerolamo, Sasso e Scaramuzza. Per la parte toccata a Sasso viene citata la “Casa da gentilhomo dove si abita in Riozzo, dove si dice al castello”, confinante, “da due parti strata, da un’altra il fosso dove era la peschiera vecchia”, inoltre, diviso in più parti, “l’orto e giardino”. In questo documento viene menzionata, per la prima volta, la cappella (l’oratorio di san Rocco), in relazione all’obbligo di mantenere un capellano a Riozzo. È interessante notare che il castello era munito in origine di un fossato poi trasformato in pescheria segno inequivocabile di un cambio di destinazione d’uso dell’edificio. Un processo di trasformazione dell’uso del castello già visto anche a Melegnano, quando il maniero visconteo passò da un uso bellico a residenza signorile. È interessante la nota che riporta le stime dei mobili appartenuti ad Alessandro e passati a Scaramuzza: si illustra l’edificio composto di “sala granda… chamara dove è l’usio che va in giardino… saleta de la schaleta con la ferata… cucina, camere di sopra… camere dei servistori… canepa”. Nei locali vengono descritti ben quarantaquattro quadri di soggetto profano e sacro (rappresentanti scene di caccia e Maddalene, ritratti dei re di Spagna e “frutere”, tigri e Madonne), tra essi “un San Francesco di mano di Cesare Procaccino coricato sopra un letto di paglia con un angelo che suona la viola et è originale et è grande con le cornici negre con un filo d’oro”.

Il Palazzo Visconti Aicardi

Il secondo edificio è citato in una nota di restaurato degli anni 1668 e 1669 quando grandi lavori in un palazzo a Riozzo (sito in via IV novembre 14 si legge in una nota del volume “Il tesoro dei poveri”, Silvana 2001): in particolare vengono realizzati in pietra di ceppo i pilastri del cancello verso il giardino, ornati con vasi contenenti fiamme. Diverse spese per i lavori furono effettuate per la decorazione del palazzo: oltre che per coppi, pietre e mattoni, per “dipingere li cieli” e per le “rose adorate” dei soffitti delle camere al piano superiore affacciantesi sul giardino e sul cortile. Il palazzo come si evince da quanto riportato sopra non è costruito ex novo ma viene restaurato e decorato a casa nobiliare.

I Giardini all’Italiana

Come mostra la mappa catastale del 1722 a Riozzo vi erano due ampi giardini all’italiana annessi alle due case da nobile: uno più grande a sud dell’antico palazzo (chiamato ancora nel 1906 “giardino vecchio”, uno di dimensioni più ridotte a est dell’edificio seicentesco (ancora ben distinguibile dalle immagini aeree). I giardini all’italiana erano caratterizzati dai viali che connettevano le varie parti del giardino ed erano impreziositi da effetti panoramici, accentuati con giardini pensili, terrazze e scenografiche scalinate. È un ritorno alle forme architettoniche di gusto classico ed avevano una spiccata passione per l’ars topiaria (consiste nel potare alberi e arbusti al fine di dare loro una forma geometrica, diversa da quella naturalmente assunta dalla pianta, per scopi ornamentali).

I beni di Riozzo tra cui i palazzi nobiliari passaro in proprietà al Conte Gaetano Melzi e poi a Giacomo Mellerio che nel 1847 li cedette alla Congregazione di Carità, poi Eca, ancora Ipab e infine Azienda di Servizi alla Persona Golgi Radaelli che ha alienato in parte le sue proprietà del territorio di Riozzo (tra cui il Palazzo Visconti Aicardi abbatuto).

In definitiva i due palazzi che erano siti nel centro storico di Riozzo non erano cascine, come è stato erroneamente scritto negli ultimi tempi su diversi giornali, ma veri e propri palazzi di residenza di un ramo della nobile famiglia Visconti che alternava ai soggiorni milanesi periodi riozzesi caratterizzati da scampagnate e battute di caccia in una zona ricca, in antichità, di boschi, vigneti e selvaggina.

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Fonti:

Paolo M. Galimberti, Il feudo di Riozzo e l’oratorio di San Rocco, sta in M. Bascapè, Il tesoro dei poveri, Silvana, 2001

AA.VV. L’oratorio di San Rocco in Riozzo, Pro Loco di Cerro al Lambro, 1998

Per le voci giardino all’italiana e ars topiaria, www.wikipedia.org

Pubblicato on Maggio 31, 2008 at 7:11 am Lascia un Commento

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